Confindustria, allarme sulla crescita italiana: Pil al +1% nel 2026, ma nel 2027 rallenta allo 0,6%

L’economia italiana dovrebbe chiudere il 2026 con un aumento del Prodotto interno lordo superiore alle precedenti aspettative, ma le prospettive per l’anno successivo appaiono decisamente meno favorevoli. È quanto emerge dal rapporto autunnale del Centro Studi di Confindustria, secondo cui il Pil nazionale raggiungerà quest’anno una crescita dell’1%, per poi rallentare allo 0,6% nel 2027.

Il quadro delineato dagli economisti rimane tuttavia incerto. La ripresa, infatti, è esposta a numerosi fattori di rischio internazionali, a partire dalle tensioni geopolitiche e dall’andamento dei prezzi delle materie prime energetiche. Secondo Confindustria, l’Italia si trova davanti a una fase di crescita ancora vulnerabile, nella quale anche un peggioramento del contesto internazionale potrebbe compromettere i risultati attesi.

Energia e petrolio, il principale pericolo per il sistema economico

Il costo dell’energia rappresenta la criticità più rilevante per l’economia italiana. Il rapporto evidenzia che un ulteriore aumento delle quotazioni petrolifere potrebbe cancellare completamente la crescita prevista per il 2027. In particolare, se il prezzo medio annuo del Brent dovesse raggiungere circa 126 dollari al barile, il Pil potrebbe fermarsi a una variazione nulla.

Grande attenzione è rivolta alla crisi nello Stretto di Hormuz e al conflitto tra Stati Uniti e Iran. Le stime di Confindustria si basano sull’ipotesi che, dopo le elezioni di metà mandato americane, si possa arrivare a una soluzione della guerra. Una situazione di blocco prolungato delle rotte marittime, invece, rischierebbe di rendere più difficili gli approvvigionamenti e di spingere il petrolio verso livelli eccezionalmente elevati.

Anche il gas costituisce un elemento di preoccupazione: a settembre le quotazioni hanno raggiunto i valori più alti dalla fine del 2022 e, secondo le previsioni, potrebbero mantenersi su livelli elevati fino alla conclusione dell’anno.

Inflazione e tassi d’interesse frenano famiglie e imprese

Tra i fattori che potrebbero indebolire la domanda interna figurano l’aumento dell’inflazione e il costo crescente del denaro. A settembre l’inflazione ha raggiunto il 4,2%, spinta soprattutto dai rincari energetici. Questo andamento rischia di ridurre il potere d’acquisto delle famiglie, limitando la capacità di spesa negli ultimi mesi del 2026 e nella prima parte del 2027.

Anche l’aumento dei tassi d’interesse potrebbe avere conseguenze negative, rendendo più onerosi i finanziamenti e frenando sia i consumi sia gli investimenti. A ciò si aggiunge il progressivo esaurimento della spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che negli ultimi anni ha contribuito a sostenere l’attività economica.

Dopo il 2026 resterebbero da spendere circa 47 miliardi di euro di risorse del Pnrr, di cui 27 miliardi nel 2027. Si tratta comunque di una cifra inferiore ai circa 42 miliardi previsti come spesa nel corso del 2026.

Consumi e investimenti sostengono il Pil, ma l’export perde slancio

La revisione al rialzo delle stime per il 2026 è legata soprattutto all’andamento positivo dell’economia nella prima metà dell’anno, al contributo del Pnrr, valutato in circa mezzo punto percentuale di Pil, e al trasferimento ancora limitato dei rincari energetici sui prezzi degli altri beni e servizi.

A sostenere la crescita sono principalmente i consumi, attesi in aumento dell’1,1%, e gli investimenti, che dovrebbero salire del 3,3%. Un ruolo importante è svolto dal settore delle costruzioni, nonostante la contrazione degli investimenti legati alle abitazioni.

Le esportazioni mostrano invece un quadro meno favorevole. Per il 2026 le vendite all’estero dovrebbero aumentare del 2,7% per i beni e del 3,8% per i servizi, ma il contributo complessivo della domanda estera netta alla crescita resta negativo.

Nel 2027 consumi e investimenti continueranno a sostenere l’economia, ma con ritmi molto più contenuti: rispettivamente +0,5% e +0,8%. Anche le esportazioni rallenteranno, con un incremento previsto dell’1,5% per i beni e del 2,5% per i servizi.

Mercati finanziari e tensioni internazionali: i rischi per il 2027

Confindustria segnala infine i possibili effetti delle tensioni sui mercati finanziari europei. Negli ultimi giorni sono aumentati i rendimenti dei titoli di Stato, soprattutto in Francia ma anche in Italia, mentre gli investitori hanno intensificato gli acquisti di titoli tedeschi. Questa dinamica ha determinato un ampliamento degli spread.

Se la tendenza dovesse proseguire, il costo dei finanziamenti pubblici e privati potrebbe aumentare, con conseguenze negative sull’attività economica dell’intero continente.

Le prospettive per l’Italia dipenderanno quindi dall’evoluzione della crisi nel Golfo, dalla stabilità dei mercati energetici e dalle decisioni delle banche centrali sui tassi. La crescita prevista per il 2026 rappresenta un segnale positivo, ma secondo il Centro Studi di Confindustria non è ancora sufficiente a garantire una ripresa solida e duratura.

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